La Casa di Nuto

officina di geoletteratura

Leopardi nel giardino di Virgilio

5 commenti

La primavera ritorna e cambiano i colori. Aprendo la finestra ritroviamo i toni pastello dei primi alberi fioriti. Tornano le api e cambiano i rumori. Qualcuno taglia l’erba e così cambiano gli odori. Talvolta, gli umori. Abbiamo voglia di fare, svegliarsi e alzarsi al mattino è meno faticoso, ce ne stiamo sorridenti all’aria aperta. Qualcuno riprende a correre per recuperare la forma perduta; qualcun altro, meno prosaico, ritorna a dedicarsi al proprio giardino.

Anche ieri scorgevo tra le piante davanti alla finestra la testa china di un ragazzino che in inverno non si vede mai, chiuso in casa a studiare e a ripararsi dal freddo. Con la bella stagione eccolo che ritorna, che riprova – un po’ a fatica – a vivere come gli altri e ad abbellire le lunghe giornate con i suoi fiori preziosi e delicati. Delicati come lui. Mi è capitata tra le mani – non so davvero come e nessuno pensi che l’ho rubata – una sua lettera di qualche tempo fa: «Sto anch’io sospirando caldamente la bella primavera come l’unica speranza di medicina che rimanga allo sfinimento dell’animo mio; e poche sere addietro, prima di coricarmi, aperta la finestra della mia stanza, e vedendo un cielo puro e un bel raggio di luna, e sentendo un’aria tepida e certi cani che abbaiavano da lontano, mi si svegliarono alcune immagini antiche, e mi parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi a gridare come un forsennato, domandando misericordia alla natura, la cui voce mi pareva di udire dopo tanto tempo»[1].

Giacomo non è un ragazzo triste, è solo sensibile; tanto sensibile che ogni cosa, anche piccola e che altri non sentono nemmeno, rischia di fargli male. Il sopraggiungere della primavera provoca in lui un improvviso risorgimento del cuore, che a volte è difficile da controllare. Non è uno spirito debole, anzi: intorno a sé vorrebbe vedere più coraggio e a volte, nel chiuso della sua stanza, prova ad urlarlo: «O patria mia, vedo le mura e gli archi / e le colonne e i simulacri e l’erme / torri degli avi nostri, / ma la gloria non vedo, / non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi / i nostri padri antichi». E pensando a quei padri, a quei maestri, pianta un alloro nel giardino del vecchio Virgilio.

Qui arriva sempre verso mezzogiorno, forse per raccogliere un po’ di tepore o forse perché a quest’ora le ninfe, i silvani, i fauni e simili si lasciano vedere. In loro compagnia si sente circondato da esseri a cui non è ignoto ed estraneo come ai ragazzi del paese. Anche con le sue piccole piante ha un rapporto affettivo e non di rado lo sento parlare con loro. In questa stagione è la lenta ginestra a raccogliere le sue intime confidenze: «tuoi cespi solitari intorno spargi / odorata ginestra, / contenta dei deserti». Ma più spesso è dietro ad una siepe che lo intravedo, dietro a «questa siepe che da tanta parte / dell’ultimo orizzonte il guardo esclude». Sembra che si diverta o provi piacere a starsene lì, senza essere visto e soprattutto senza poter vedere quello che la siepe gli nasconde, come se in questo modo potesse immaginare un mondo più bello, un mondo dietro la siepe che non lo possa deludere. E pensare che il vecchio Virgilio amava solo il mondo al di qua della siepe: «Felice vecchio, qui tra acque note e divine sorgenti riceverai la frescura dell’ombra; da un lato la siepe, succhiata nei fiori di salice da api iblee, dal vicino confine ti porgerà il sonno con un dolce sussurro…»[2].

Spesso un vecchio e un giovane hanno intrecciato amicizie letterarie e altrettanto spesso si sono ritrovati a riposare insieme. Dal giardino di Virgilio è passato anche Leopardi ed ha portato il proprio omaggio di parole, parole che restano scritte sul tumulo di tufo: «A Napoli presso ove la tomba pose di / Virgilio un’amorosa fede / vedeste il varco che del tuon / rimbomba spesso che dal Vesuvio / intorno fiede colà dove all’entrar / subito piomba notte in sul capo al / passeggier che vede quasi un punto / lontan d’un lume incerto l’altra / bocca onde poi riede all’aperto» (G. Leopardi, Paralipomeni della Batracomiomachia, 1831-37).

Napoli, Parco Vergiliano (dicembre 2011).

Napoli, Parco Vergiliano (dicembre 2011).

E oggi il vecchio e saggio Virgilio si occupa con amore anche delle piante di Leopardi, scelte con cura tra alcune specie coltivate nella terra di Recanati tra Settecento ed Ottocento.

Lentamente vedo Giacomo alzarsi e venir via, «e reca in mano / un mazzolin di rose e di viole», che forse, se questa volta avrà coraggio, proverà a regalare a qualche ragazzetta della sua età…

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[1] G. Leopardi, Lettera a Pietro Giordani 6/03/1820, in Lettere.

[2] Fortunate senex, hic inter flumina nota / et fontes sacros frigus captabis opacum. / Hinc tibi quae semper, vicino ab limite saepes, / Hyblaeis apibus florem depasta salicti, / saepe levi somnum suadebit inire susurro (Verg., buc., 1.51-55).

 

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5 thoughts on “Leopardi nel giardino di Virgilio

  1. Bello il tuo ritratto di questo malinconico adolescente che in primavera prova ad affacciarsi alla vita e ad uscire dall’isolamento…

  2. Ho sempre amato Leopardi, la sua bilioteca a Recanati mi aveva letteralmente affascinata, ero piccola eppure la ricordo benissimo!

  3. Pingback: I luoghi dell’Infinito (buon compleanno, Giacomo) | La Casa di Nuto

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