La Casa di Nuto

officina di geoletteratura


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Venezia

“Qui tutto diventa, tutto finisce a essere pittura […]
Perché contro questo cielo, queste acque, quest’aria, che arcanamente tramutano la pietra e il mattone
e le loro geometrie in puro colore, in puri valori pittorici, non c’è proprio nulla da fare.
Perché di pittura, insomma, è fatta la sostanza, l’essenza intima della città.
Chi voglia una riprova di ciò ha da considerare che il genius loci
non ha trovato espressione intera e compiuta
se non nell’opera dei suoi pittori: lì, e soltanto lì…”
(D. Valeri, Guida sentimentale di Venezia, 1942).

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Scegliendo di non fotografare le opere d’arte anche quando consentito senza flash,
le immagini ho dovuto recuperarle su siti dedicati.


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Trieste

“Trieste, forse più di altre città, è letteratura, è la sua letteratura; Svevo, Saba e Slataper non sono tanto
scrittori che nascono in essa e da essa, quanto scrittori che la generano e la creano,
che le danno un volto, il quale altrimenti, in sé, come tale forse non esisterebbe”.
(A. Ara – C. Magris, Trieste. Un’identità di frontiera, 1982)

Scoperse la biblioteca civica e quei secoli di cultura messi a sua disposizione,
gli permisero di risparmiare il suo magro borsellino…
(I. Svevo, La coscienza di Zeno, 1923).

Vivere si doveva. Ed io per tanto
scelsi fra i mali il più degno: fu il piccolo
d’antichi libri raro negozietto…
(U. Saba, Avevo, 1944)

Ho scritto qualcosa. Il primo episodio del mio nuovo romanzo “Ulisse” è scritto.
(J. Joyce, 16 giugno 1915)


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Parlando con Nuto

“Ci sedemmo all’ombra di quattro canne, sull’erba dura, e Nuto mi spiegò perché il deputato non tornava. Dal giorno della liberazione – quel sospirato 25 aprile – tutto era andato sempre peggio. In quei giorni sì che s’era fatto qualcosa. Se anche i mezzadri e i miserabili del paese non andavano loro per il mondo, nell’anno della guerra era venuto il mondo a svegliarli. C’era stata gente di tutte le parti, meridionali, toscani, cittadini, studenti, sfollati, operai – perfino i tedeschi, perfino i fascisti eran serviti a qualcosa, avevano aperto gli occhi ai più tonti, costretto tutti a mostrarsi per quello che erano, io di qua tu di là, tu per sfruttare il contadino, io perché abbiate un avvenire anche voi. E i renitenti, gli sbandati, avevano fatto vedere al governo dei signori che non basta la voglia per mettersi in guerra. Si capisce, in tutto quel quarantotto s’era fatto anche del male, s’era rubato e ammazzato senza motivo, ma mica tanti: sempre meno – disse Nuto – della gente che i prepotenti di prima hanno messo loro su una strada o fatto crepare. E poi? com’era andata? Si era smesso di stare all’erta, si era creduto agli alleati, si era creduto ai prepotenti di prima che adesso – passata la grandine – sbucavano fuori dalle cantine, dalle ville, dalle parrocchie, dai conventi. – E siamo a questo, – disse Nuto – che un prete che se suona ancora le campane lo deve ai partigiani che gliele hanno salvate, fa la difesa della repubblica e di due spie della repubblica. Se anche fossero stati fucilati per niente, – disse, – toccava a lui fare la forca ai partigiani che sono morti come mosche per salvare il paese?
Mentre parlava, io mi vedevo Gaminella in faccia, che a quell’altezza sembrava più grossa ancora, una collina come un pianeta, e di qui si distinguevano pianori, alberetti, stradine che non avevo mai visto. Un giorno, pensai, bisogna che saliamo lassù. Anche questo fa parte del mondo. Chiesi a Nuto: – di partigiani ce ne stavano lassù?
– I partigiani sono stati dappertutto – disse. Gli hanno dato la caccia come alle bestie. Ne sono morti dappertutto. un giorno sentivi sparare sul ponte, il giorno dopo erano di là da Bormida. E mai che chiudessero un occhio tranquilli, che una tana fosse sicura…” (C. Pavese, La luna e i falò, 1950).

Partigiani della "II Divisione Langhe" davanti alla chiesa di Mango, febbraio 1945 (fonte: sito del parco letterario dedicato a G. Fenoglio)

Partigiani della “II Divisione Langhe” davanti alla chiesa di Mango, febbraio 1945 (fonte: sito del parco letterario dedicato a G. Fenoglio)

Buon 25 aprile.


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Terra di Siena bruciata

La strada tortuosa che da Siena conduce all’Orcia
traverso il mare rosso
di crete dilavate
che mettono di marzo una peluria verde
è una strada fuori del tempo, una strada aperta
e punta con le sue giravolte al cuore dell’enigma.

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Reale o irreale, solare o notturna –
assorti ne seguivano
il lungo saliscendi
di padre in figlio i miei vecchi con un presagio di tormento.
Reale o irreale, solare o notturna –
interroga negli anni
la mente – e l’idea di vita le si screzia
d’un volto doppio imprendibile –
interroga il pianeta duro della landa,
i poggi bruciati, le sparse rocche.

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E il vento, non so se dal tempo o dallo spazio, che frusta il sangue.
Pensieri tirati sulla corda
d’un’interrogazione senza fine
non lasciano vivere, non hanno risposta.
Lo intende bene lei passata da quelle dune.

(M. Luzi, da Nel cuore oscuro della metamorfosi, in Su fondamenti invisibili, 1960-70)

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Val d’Arbia, tra Monteroni e Radi – SI (agosto 2004)


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Terra di Siena naturale

…un silenzio “non silenzioso”, in quanto voce e linguaggio della natura, dell’universo. Anzi, di più: un discorso continuo, sempre in atto, che, in verità, a volte noi interrompiamo con un dire frammentario e provvisorio.

(M. Luzi, da “Terra di vento e di deserto” in Mi guarda Siena, Provincia di Siena, 2002)

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Immagini

S. Antimo: cartolina delle “Edizioni Cantagalli” (Siena) acquistata all’abbazia la prima volta che la vidi,
nel 1995 in gita con il liceo. Sul retro due versetti del profeta Daniele:
“Benedite, folgori e nubi, il Signore, / lodatelo ed esaltatelo nei secoli” (Dn. 3)

S. Galgano: cartolina acquistata presso l’abbazia quando vi tornai con il mio compagno nel 2004 (foto di A. Rontini)

Monte Oliveto Maggiore: da “Wikimedia Commons” (autore: Acer11)


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Terra di Siena

Passata Siena, passato il ponte d’Arbia
è lei, terra di luce
che sempre, anche lontano,
inseparabilmente mi accompagna.

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– Grazie, matria,
per questi tuoi bruciati
saliscendi, per questi
aspri Celimonti
a cui, calati al fondo
d’un balzo ci levi alti,

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per questo nostro errare nel tuo grembo
sbattuti tra materia
e luce, tra natura e sogno

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sbattuti continuamente
eppure aguzzi
come freccia verso il bersaglio,
da dove che sia aprigli il tuo regno,
fosse pure il trascorrere di un’ombra
dal nulla al nulla, fluisca sopra il tuo schermo.
Questo era il mio viaggio
o il viaggio della mia preghiera.
Mio? di lei?

(M. Luzi, da Frasi e incisi di un canto salutare, 1990)

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Val d’Arbia, tra Monteroni e Radi – SI (agosto 2004)


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Sibille

Ricordo un pomeriggio delle mia infanzia trascorso a mangiare delle particolari caramelle che oggi non si trovano più. Pare fossero della marca Sperlari e si chiamavano Sibille. Ogni caramella era accompagnata da un cartiglio, che recitava dei versi misteriosi e si concludeva sempre allo stesso modo: “…apri un’altra sibilla e lo saprai”. A parte la golosità, era quell’aura misteriosa che avvolgeva le caramelle a impormi di scartarne una dopo l’altra per leggere il cartiglio e riporlo in una scatola che purtroppo, come molti oggetti della mia infanzia, è andata perduta.

A distanza di anni un’altra Sibilla (una sola questa volta) è comparsa all’improvviso, tra i libri di scuola e i versi di un grande poeta, uno di quelli che non dimentichi più: Virgilio. Ero al liceo, quarto anno, e si studiava l’epoca augustea, la parte migliore della letteratura latina. Virgilio, con Orazio, era il grande protagonista. Tra i testi riportati su tutte le antologie in adozione non poteva mancare quel passo del sesto dell’Eneide in cui Enea scende nell’Ade, discesa intrapresa con una guida d’eccezione: la Sibilla Cumana.

Il pio Enea raggiunge le vette, a cui presiede
l’alto Apollo, e vicino i recessi, antro immane,
dell’orrenda Sibilla, alla quale il profeta di Delo
ispira grandi animo e mente e apre il futuro [1].

A tutti i liceali la Sibilla è stata presentata così, attraverso le parole di Virgilio, e quella nel nostro immaginario è rimasta: una figura orrenda e misteriosa, capace di infondere timore e di affascinare allo tempo stesso. C’era poi un particolare che catturava tutti, quel modo di vaticinare scrivendo i responsi sulle foglie, che tutti i professori raccontavano dilungandosi, sebbene in Virgilio il vaticinio avvenisse nel modo più antico, solo verbalmente, affidando i destini all’aria.

Tanti anni sono passati dai tempi del liceo; la Sibilla, per me che ho studiato lettere, è ritornata, insieme alle congetture sulle fonti utilizzate dal poeta dell’Eneide per costruire il suo personaggio, che, come tutte le figure del mito, non è mai unico e definito ma sempre molteplice. Pare infatti che nella Sibilla virgiliana ce ne siano nascoste ben tre delle numerose della tradizione: quella Cumana, quella Cimmeria e quella di Troia. Tuttavia nessuna di queste è la Sibilla che mi chiama oggi a raccontare la sua storia, la Sibilla che sono andata a trovare, se non nel suo antro in cima alle montagne, nel museo che un piccolo borgo marchigiano le ha dedicato.

Montemonaco si trova a circa 1080 mt. sui Monti Sibillini, in provincia di Ascoli Piceno. Una leggenda narra che in passato il luogo si chiamasse Mons Daemoniacus, in riferimento ai culti pagani praticati tra la Grotta della Sibilla e il Lago di Pilato. Nell’Alto Medioevo, tra 800 e 900, vi arrivarono i monaci benedettini, che riorganizzarono la vita e le attività del territorio e il nuovo paese assunse la denominazione di “Monte del Monaco”. Il centro storico, con i resti delle torri e della cinta muraria, è oggi ben conservato e ricco di aree verdi rigeneranti che guardano sulle vette più alte dei Sibillini, tra cui il Monte Sibilla (mt. 2173) con la caratteristica “corona”, un anello di roccia di colore rosato ben visibile da lontano. Lassù – si dice – si trova la Grotta della Sibilla, la cui entrata è da tempo misteriosamente crollata e l’accesso impedito per sempre.

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Nella Villa Curi dal 2005 è allestito e visitabile un piccolo museo che forse rappresenta un unicum: il Museo della Sibilla Appenninica. Un’altra dunque. O forse no, visto che diversi studiosi e letterati sostengono si tratti sempre di lei, della famosa Sibilla Cumana, fuggita tra le altezze dei Monti Sibillini in epoca medievale, quando il cristianesimo iniziò a vietare i culti di origine pagana: «da Cuma […] nelle remote inaccessibil cime / del nursin Monte a riposar sen venne», riferisce G.B. Lalli nel suo Tito Vespasiano del 1635 [2]. La faccenda è parecchio complicata, in quanto questa Sibilla medievale compare in diverse opere, viene nominata in altre e la sua provenienza – a detta dei critici – è tutt’altro che chiara. L’unica certezza è il suo ruolo, di incantatrice, come le sibille della classicità, e di maliarda allo stesso tempo, la quale avrebbe attirato non pochi viaggiatori e cavalieri nelle sue reti, o meglio: nella sua grotta.

Questa figura secondo alcuni sarebbe legata all’antico culto della dea Cibele, di epoca italico-romana, mentre altri la ritengono nata dalla fantasia popolare. All’inizio del XV secolo si iniziò a vedere nella grotta un luogo magico, abitato da una regina, chiamata di volta in volta Sibilla o Alcina o addirittura Venere. Rimettere ordine e ricostruire le diverse congetture è un lavoro lungo e articolato, da filologi esperti. Lo spirito della “Casa di Nuto” è un altro: andare alla ricerca delle parole che si nascondono o nascono dai luoghi…

L’elenco degli scrittori e delle opere che hanno parlato della Sibilla Appenninica potrebbe essere molto lungo, partendo dal 1410 con il Guerin Meschino di Andrea da Barberino, il primo personaggio letterario ad avere incontrato la maga incantatrice: «Il colorito avea soavissimo, le forme incantevoli, il linguaggio affascinante» [3]. Dopo di lui in ordine cronologico troviamo Ariosto, Trissino e una serie di fiorentini famosi come Berni, Aretino, Cellini e Doni. Nel Settecento sarà la volta di Parini ed infine (ma solo per fermarci agli autori italiani) Guido Piovene con il suo Viaggio in Italia del 1971.

Se Ariosto cita in un solo verso le «narsine grotte» [4], in riferimento alla vicinanza del luogo a Norcia, il Trissino dedica un intero libro della sua Italia liberata dai Goti alle favole dei Sibillini:

Ardo d’un incredibile desìo
di visitar la nostra alma Sibilla,
antichissima d’anni e di prudenza;
a cui per grazia a lei dal ciel concessa,
si pôn saper tutte le cose umane,
che son, che furo e che dovran venire [5].

Anche il Parini de Il Giorno si ricorda dei miti dei Monti Sibillini, e del loro lato più raccapricciante, quando descrive la metamorfosi delle fate in serpi, come riferito dalle favole popolari che pastori ed abitanti del luogo ancora oggi tramandano:

Fama è così, che il dì quinto le Fate
loro salma immortal vedean coprirsi
già d’orribili scaglie, e in feda serpe
volta strisciar sul suolo a sé facendo
de le inarcate spire impeto e forza;
ma il primo sol le rivedea più belle
far beati gli amanti, e a un volger d’occhi
mescere a voglia lor la terra e il mare [6].

Concludiamo il giro con un ricordo più dolce, quello di Guido Piovene, che nel suo viaggio italiano preferisce fermarsi tra i piati fioriti dei Monti Azzurri: «Nei Sibillini è la grotta della Sibilla e nacque la leggenda del Guerin Meschino. Sono favolosi ancora oggi, per le loro stupende fioriture primaverili, le più belle d’Italia, mi dicono, e ignote ai più, per l’isolamento in cui ancora permangono» [7]; ed io che le ho viste non posso che confermare…

Fioritura nel Pian Perduto sui Monti Sibillini.

Fioritura nel Pian Perduto sui Monti Sibillini.

Il museo di Montemonaco è dedicato sia alla figura della Sibilla sia alla grotta, con l’intento di mostrare ai visitatori quello che non è più possibile vedere. Sulle scale e tra le sale i muri rievocano le favole leggendarie e le imprese di chi alla grotta della Sibilla provò davvero a salire. Si possono vedere quadri raffiguranti la leggenda del Guerin Meschino e fotografie che testimoniano gli studi e gli scavi in cima al monte.

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Una parte è dedicata alle raffigurazioni iconografiche della Sibilla, con grandi pannelli su cui sono riprodotte le opere pittoriche più note che ritraggono la leggendaria figura. Tra i reperti il più interessante e misterioso è sicuramente la “Gran Pietra”, ritrovata presso il Lago di Pilato. Su di essa sono graffiate sottilissime lettere il cui oscuro significato è tuttora da decifrare…

Il ritrovamento della Gran Pietra è legato alle numerose spedizioni all’antro della regina, tentate anche da quegli scrittori che ce ne hanno lasciato descrizioni suggestive e realistiche. La più nota, ma non la prima, fu il viaggio di Antoine De La Sale, autore di Le Paradis de la Reine Sibylle [8], il nel maggio del 1420 raggiunse la grotta per fermarsi poco dopo l’entrata; invece il prete del paese raccontò proprio al De La Sale di essere arrivato ben oltre, fino alle porte metalliche, che solo i due viaggiatori tedeschi che egli accompagnava ebbero il coraggio di varcare, senza fare ritorno… Tra gli scrittori dopo il De La Sale ci provò Luigi Pulci, che ne parla in una lettera a Lorenzo il Magnifico (datata 4/12/1479) e nel suo Morgante [9]. Lo spirito con cui il Pulci si avvicinò ai luoghi sibillini fu tuttavia più “giocoso”, ma non insensibile al fascinoso richiamo delle arti occulte…

Dal Cinquecento le spedizioni sul Monte Sibilla si fecero di natura scientifica e così piano piano si arrivò ai secoli a noi più vicini, al 23 giugno 1897, giorno delle prima escursione moderna all’antro della regina, che però venne ostacolata da una misteriosa nebbia, seguita da vento e bufere… Le spedizioni andarono avanti e nel 1920 venne fondato un “Comitato per gli scavi nella grotta del Monte Sibilla”. Ma cosa si andava cercando in cima ai monti? Scopo degli archeologici è ancora oggi rintracciare i segni dell’antico culto delle regina Sibilla, per venire a capo dell’origine del mito; e visionare l’interno delle grotta, sulla scorta delle mitiche discese degli autori del Quattrocento e di tutti quei personaggi anonimi che tra pascoli e passaggi di fortuna nei secoli costruirono la leggenda…

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[1] At pius Aeneas arces quibus altus Apollo / praesidet, horrendaque procul secreta Sybillae, / antrum immane petit magnum cui mentem animumque / Delius inspirat vates, aperitque futura (Verg., Aen., 6. 9-12; trad. di L. Canali).

[2] Andrea da Barberino nel suo Guerin Meschino (1473) addirittura fa pronunciare alla Sibilla queste parole: «il duce enea troiano condussi per tutto l’inferno».

[3] A. da Barberino, Guerin Meschino, 1473.

[4] L. Ariosto, Orlando furioso, c. XXXIII, stanze 3-4, 1532.

[5] G.G. Trissino, L’Italia liberata dai Goti, 1547-1548, canto XXIV.

[6] G. Parini, Il Giorno (Il Mattino, vv. 1066-1073), 1763.

[7] G. Piovene, Viaggio in Italia, Mondadori, 1971, p. 410.

[8] Il racconto, che costituisce una delle più importanti fonti sull’argomento, è inserito in un trattato sull’arte di governare: La Salade, del 1444.

[9] Cfr. L. Pulci, Morgante, c. XXIV, stanze 112-113, 1478-1483.